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Suicidarsi in estate

«Come ti senti oggi?»

«Stabile», risposi.

Dopodiché seguì un discorso di cui non ricordo quasi nulla. Avevo dormito per due interi giorni, senza farmaci, se non un pizzico di EN dopo cena. Mi svegliavo per i pasti, non avevo un umore basso, volevo semplicemente dormire. Forse sono serviti due giorni di sonno per smaltire tutto lo stress accumulato in chissà quanti mesi.

Per i seguenti quattro giorni la mia risposta alla domanda è sempre rimasta la stessa. Ogni mattina mi veniva a trovare la psichiatra di reparto e io l’attendevo come si attende un amico caro che viene a farti visita, mi sentivo coccolato.

«Come ti senti oggi?»

«Stabile.»

Poi seguivano discorsi di vario genere, spesso avevo da criticare la società ma mi sembrava di non trovare mai le parole giuste. Il mio male non è mio, ho avuto un trigger che mi ha fatto svalvolare ma il mio male è il male della mia generazione. 

Presi a parlare con molti dei ricoverati, alcuni di loro ho iniziato ad amarli, avrei voluto proteggerli dal mondo ma neanche io ho gli strumenti per proteggere me stesso. Ho trovato alcune persone gentili e delicate, per nulla pazze. Ogni persona gentile, delicata e altruista è bella come un fiore, non è giusto che si attenti alla bellezza. Voglio provare ad esprimermi meglio. Ho ritrovato un passo scritto da me stesso prima del ricovero, ho il coraggio di condividerlo? Andiamo.

C’è da fare un passo indietro. Forse un paio di passi o forse bisognerebbe fare una maratona al contrario. Come posso dire tutto con ordine?

Niente ordine, questo scritto non è un’opera di design.

Qualche mese fa da un’altezza di forse 12 o 15 metri guardavo me stesso dall’alto verso il basso. Intendo dire che mi sono figurato laggiù, bagnato di sangue, mi sembrava di vedermi così nitidamente. Forse mi stavo guardando in uno specchio immaginario, quindi, forse ero morto e bagnato di sangue già in quel momento, ancor prima di buttarmi. Ho bisogno di parlare di queste esperienze e 2 ore al mese di psicologa non bastano. Ma a chi posso raccontarlo senza sentirmi un assassino o qualcuno in cerca di attenzioni? A chi posso raccontarlo senza ricevere indietro una bella, decisiva e impacchettata idea di chi sono io sulla base di questa mia singola esperienza? A chi posso raccontarlo senza vergogna? Perchè sento esigenza di raccontarlo?

Secondo Durkheim, per farla semplice, il suicidio varia in ragione inversa al grado d’integrazione dell’individuo in una data società. Questo significa che più l’individuo si aliena dalla società, più esso è propenso al suicidio.

Ho passato i giorni del ricovero parlando, scrivendo e soprattutto passeggiando in un cortile di forse 20 mq. Per tutto il mio ricovero ho avuto una voce in testa che mi diceva: “Questo male non è tuo.”

La dolce Gaia proprio oggi mi consigliava di non far  pendere l’ago della bilancia tutto in favore della società, ci sono questioni individuali. Non lo metto in dubbio, ma a me sembra che sia come fumare le sigarette. Il fumo favorisce il cancro e diverse patologie, poi c’è la propensione individuale a contrarre le suddette. La società favorisce la solitudine e il senso di solitudine può favorire il suicidio, poi c’è la propensione individuale. Questa solitudine l’ho sentita io, l’abbiamo sentita tutti, l’hai sentita anche tu. Nella testa angosciata una grossa realtà diventa totalizzante e non ti permette di vedere attraverso i pochi spiragli. La grossa, ma non totalizzante, realtà suona così:

Non c’è Dio, non c’è paradiso, non ci sono rapporti stabili, non ci sono lavori stabili, non c’è Politica, non c’è ideologia e non c’è nessuno a cui dare la colpa.

Il mio male non è mio, quanti giri di cortile devo ancora fare? Bisognerà agire sul piano individuale per calmare la depressione ma poi? Altri dopo di noi cadranno e vogliamo ancora individualizzare il loro dolore? Agiamo sugli individui ma la società si è liquefatta, c’è un problema e sto cercando le parole per indicartelo. Non ne sono ancora ben capace ma ho fatto più di trenta giri di cortile, ora sono dimesso e stabile. Leggerò, leggerò, leggerò e poi farò trenta o sessanta giri dell’isolato prima di scrivere qualcosa di definitivo. 

Non voglio mai più vedere una bellezza appassire, non voglio che si attenti alla bellezza, non voglio essere cieco davanti questi problemi. Ma io questi problemi non so indicarteli ancora con accuratezza. Questo, come sempre, è un appello al mondo di fuori e un modo di mettere ordine nel mio.

Coltivate la serenità.