A che stavo pensando? Ieri notte stavo pensando a qualcosa di chiaro ma che ora mi sfugge. Una notifica, un audio, interruzione.
A che stavo pensando? Okay caffè.
Non è assolutamente giusto fare altro mentre la moka è sul fuoco. La moka va osservata ed è l’attesa a corroborarne il desiderio. Intendo che il mio caffè è più o meno buono in relazione all’attesa, ma non si parla di un’attesa trascurabile e satura come quella del bar. Nei locali ci sono innumerevoli distrazioni, il caffè a volte non viene neanche preparato davanti ai tuoi occhi e in quasi tutti i casi il servizio è troppo veloce. Il caffè arriva in un lampo, e in un lampo ho fatto in tempo a distrarmi e a dimenticare il desiderio di caffè che avevo. E si sa, non sarà mai potente quanto il desiderio di sfamarsi, di dormire o di fumare; quindi va gestito con cura, se si vuol dare un’intensità a questo momento.
Ancora notifiche, un audio. Caffè pronto. A che stavo pensando ieri sera?
Il paradiso dà un senso di finalità a cui non posso accedere, suicidio filosofico direbbe qualcuno. Le mie azioni dove vanno a finire? Dovrei preoccuparmene?
Sì, nel momento in cui anche andare a fare la spesa mi accende un dolore fastidioso al petto, dovrei preoccuparmene. È il momento di chiedersi: “ne vale la pena?”
Tutto questo sforzo per stare bene, un bilancio che sembra sempre negativo, farmaci di cui non mi fido, persone in cui non confido. Ne vale la pena?
Ma se uscissi un attimo fuori da me stesso cosa potrei vedere? La domanda è tosta e richiede tanto studio e poche risposte filosofiche egoriferite.
Il caffè è quasi finito, lo allungo con il latte.
Io morirò, ma anche il mio caffè sta per terminare. Ne è valsa la pena? Certo che sì, il caffè è un atto di amore nella mia esperienza o forse ne sono dipendente e basta.
Serve un senso. Forse è la mancanza di senso, di un punto in cui convergere, che accende il mio disagio. L’amore, l’esplorazione, l’occhio dell’universo, sono esperienze che senza un senso più grande non mi liberano dall’assurdo. Sí, non si può non mettere in mezzo Camus a questo punto.
Caffè finito. Ieri sera pensavo ad altro, comincio a ricordare.
“Quando ho investito un gatto ho capito che la vita non ha senso”, mi disse Flavio giorni o settimane fa.
Sono nato per caso e per caso me ne andrò. Il mio corpo lotta per vivere, la mia mente ha sete di senso. Va ricostruito un paradiso, forse ho delle idee.
Dio, per me che ho studiato poco, è la traduzione emotiva della volontà che ha il corpo di vivere. Un sostegno intellettuale funzionale alla sopravvivenza. Però Dio è morto e si è portato via il paradiso come l’inferno. Ma io oggi, in Italia, ho dei privilegi e dei diritti. Sicuramente l’avversario esiste ancora, non è bastato decapitare Luigi XVI, ma in alcune zone d’Europa un piccolo paradiso terreno ci è concesso.
A che stavi pensando ieri sera? Dove vuoi arrivare? Il caffè è finito, il pranzo è pronto. Devo andare, mi devo sbrigare. Ancora una notifica?? Ma non avevo messo il “non disturbare”?? Chiudiamola ora.
Ieri sera stavo pensando che tutta questa bellezza senza un senso non è sostenibile, non è osservabile. Parlo per me ovviamente. Il mio paradiso personale, fatto di libri, pinete, Dark Souls, un paio di persone, è claustrofobico e caduco. Ma il paradiso della specie può durare secoli e posso fare ogni giorno qualcosa di piccolo per noi.
Serve un paradiso più grande, di cui non si riesce a intravederne scadenza.
Un paradiso più simile a quello che hanno perduto i non fedeli. Serve lottare contro la discriminazione, tutelare la terra, tutelare i propri cari, innamorarsi. Il bene porta ad un paradiso, ma costruirlo è complesso e richiederà ancora secoli o millenni. Si parla di un paradiso che sicuramente non vedremo perché moriremo molto prima, ma comunque un paradiso per cui lottare e un’eredità d’amore per chi si è sentito morto troppe volte. Se oggi sei libero è perché qualcuno ha voluto quel paradiso e allora sai che dico? Fanculo il paradiso personale, piccolo, temporaneo, insufficiente. Da oggi in poi lavorerò per il paradiso della specie. Servirà studiare molto, ascoltare molto e ricordarsi del bene per quanto possa essere relativo e complicato.