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Meraviglia e tempo

«Prego, si accomodi.»

Una luce gentile illuminava il legno dell’enorme scrivania dello studio. Pareva che quei due fossero complici di un qualcosa, un segreto. Il resto della stanza se ne rimaneva in disparte. Assurdo pensare che ci fosse solo una porta di distanza fra il gelo della luce ospedaliera e quel caldo falò che era l’ufficio della psichiatra di reparto.

 

“Il problema? Qual era il problema?”

 

«Ti senti pronto a uscire? Parliamo di uno o massimo due giorni», disse la psichiatra.

Pareva essere per nulla scossa dalla fretta che ammala le persone. La gente si ammala per la fretta e gli operatori si ammalano per la fretta di curare gli ammalati. Gli ammalati hanno fretta di riprendersi. C’è chi si brucia e rimane muto per sempre, con certe velocità non si scherza, ci si può scottare. 

«Posso chiederle tre giorni? Qui sto bene, non voglio andar via.»

«Se saranno tre giorni, questi tre giorni dovranno avere un senso. Perché vuoi rimanere qui?»

 

“Perché voglio rimanere qui? Proviamo a tornare indietro…”

 

Due o forse tre settimane prima ho attraversato larghi sentieri principali e poi grovigli di stradine silenziose, a volte claustrofobiche. Facendomi strada fra i cespugli, con i piedi nella terra, ho sentito e toccato il mondo non cementificato. Non esiste nulla di simile nell’arco di 13 km. Ho incontrato insetti di tutti i tipi e ne sono rimasto meravigliato. Il bello? Tutto converge nella vastità del mare, ogni sentiero intrapreso ti porterà lì e per me è sempre stupore e scoperta.

 

“No, forse no, serve fare due passi avanti…”

 

Una o forse due settimane prima il sole batteva forte, come chi ti mette al mondo ma ha anche il potere di cancellarti. Tutta la meraviglia era stata rubata dal mio avversario invisibile, la mia esperienza migliore mi ha lasciato completamente indifferente o leggermente sofferente. I sentieri mi hanno affaticato, l’acqua mi ha raffreddato, il sole mi ha minacciato. E poi? Quante volte devo morire prima di sentirmi finalmente stabile? Quel giorno al mare sono morto di nuovo e di lì a poco sono morto altre due volte fino al ricovero psichiatrico. A galla nel mio paradiso perduto mi sentivo un rifiuto, portato fin lì dalla corrente, dalle cose che capitano.

«Perché vuoi rimanere qui?», chiese la psichiatra di reparto.

«Perché qui io esisto sempre.»

 

“Sono morto almeno 130 volte solamente nel 2026. Sto passando attraverso qualcosa. Serve andare un po’ piú avanti, ancora un po’ più avanti. Perché voglio rimanere qui?”

 

Qualche giorno prima prendevo il sole in terrazza, il mio ricovero mi iniziava quasi  a sembrare un villaggio vacanza. Pensai che negli  ultimi mesi ho incontrato solo macchine. Un contratto le attiva alle 17.30 e le disattiva a 00.30. Tutto il tempo rimanente finisce risucchiato da Meta che si occupa di monetizzare quella porzione di tempo che il tuo datore, per legge, non può monetizzare. E poi droghe, Netflix, TikTok, Temu, la spesa, il cucinare, la vita sociale. Siamo strizzati, non abbiamo tempo per le idee, non abbiamo spazio per svilupparci. Io quando posso esistere? Con quale integrità? Quali sono le forze che mi si oppongono? Vogliono tutti monetizzare il mio tempo tranne me. Il bello? È che lo desideriamo e odiamo allo stesso tempo. Il mio lavoro era un desolato spazio liminale: mi portava da A (17.30) a B (00.30), e nelle località A e B cosa troviamo? Litigi? Brainrot? Pensieri suicidari? Faccende? Non c’è terreno fertile per la meraviglia.

«In che senso qui esisti sempre?»

«Ho bisogno di sentirmi avvolto. Quando mi dedico ad una qualsiasi cosa ho bisogno poi di esplorarla. Non posso giocare al mio videogioco due ore e starmene buono: devo studiare i personaggi, i loro significati, gli oggetti, gli ambienti, il level design. Questo si applica a tutto ciò che mi desta meraviglia: quando mi sento avvolto da un’esperienza mi sento meravigliato e se per quella meraviglia devo lottare troppo finisce che mi stanco e mi arrendo. C’è troppo buffering tra le mie cose e la meraviglia, non ho professioni che mi ispirino. Non so trovare la meraviglia in quelle ore che devo offrire alla società e non so coltivarla nel tempo che rimane. Il concetto stesso di carriera non mi dice molto. So che devo ancora esplorare e cercare ma sono stanco e mi chiedo se ne valga la pena.»

Non ricordo la risposta e neanche il resto del breve colloquio. Ho viva in mente solo la gentilezza delle luci dell’imbrunire e la gentilezza della psichiatra che mi ha veramente ascoltato. Sono stato visto, finalmente.

Quale sarà il modo?