Ultimo pacchetto di crackers, tra l’altro, è anche la mia cena. Penso che la pigrizia abbia un costo, non ho fatto la spesa e ora ne pago il conto.
Da settimane non scrollo più, ho uno screen time di 20 min al giorno per Instagram e non ho TikTok. Sicuramente ho molto da dire contro il doomscrolling ma la realtà è che l’algoritmo non mi sta dando più nulla che mi interessi. Ora, come in un problema di coppia, mi vien da pensare se sono io quello sbagliato o se è l’algoritmo che perde colpi.
Perciò mangerò i miei ultimi crackers in silenzio, osservando la cucina. Fumerò in silenzio e noterò che non ci sono stelle, sentirò che intorno c’è sempre un rumore bianco e non saprò ancora spiegarmi da dove provenga. In città non ci sono stelle e non c’è silenzio, posso accettarlo?
Senza divagare, l’altro giorno ragionavo su quanto fosse maleducato prendere il telefono in mano quando qualcuno ti sta parlando.
Quante volte però prendo il telefono in mano quando io sto parlando a me stesso? Quante volte quando il ragionamento inizia a richiedere fatica scappo nel mio telefono?
Ora, data la mia crisi di coppia con Instagram, ascolto di più me stesso. E sapete cosa ho scoperto?
Pressoché niente.
Volevate il colpo di scena? E invece no, chiudete e andatevi a rintanare in TikTok, qui non c’è goduria istantanea. Qui non c’è alcun tipo di goduria, oserei dire, e i miei crackers sono finiti, sono finiti tutti e per sempre. Come faceva quella canzone?
♪ Ma che cosa manca per essere veri, per essere noi?
Vi stavo prendendo in giro, forse qualcosa l’ho scoperta e non so se può tornarvi utile. Spero con amore di sì. Parlando con me stesso ho cercato il concetto stesso di me stesso. Che cosa manca?
Con le goccioline ho ucciso la sensazione costante di allarme, di oppressione al petto, e, nei giorni peggiori, di panico. Cosa rimane senza quel senso di fretta e d’agitazione?
Mancanza.
Ma, che cosa manca? Che cosa manca per sentirmi intero, per sentirmi appartenente alla realtà o, come dite voi, realizzato? Dopo giorni di ricovero e pagine di diario mi apparve un poco più chiaro:
Che cosa devo eliminare per essere vero, per essere me?
Qui necessito accendere sigaretta, ho bisogno di tempo. Il più unemployed dei miei bro ha cambiato sei lavori. I miei più cari amici sono schizzati a nord. La mia promessa sposa se ne andrà per un bel po’ fuori dall’Italia. Ho cambiato tre agenzie marketing, poi ho lavorato in un ristorante e poi magicamente mi sono ritrovato a Bari a seguire lo sviluppo di una futura catena di ristoranti. Nessuno di noi sa che fine farà in questo mare liquido che sembra al contempo colmo e privo di possibilità. Questo forse perché, citando vagamente Bauman, c’è un abisso fra chi siamo (individuo de iure) e chi potremmo essere (individuo de facto); e spesso i mezzi per il raggiungimento della realizzazione finale sono più inaccessibili di quanto ci sforziamo a pensare. Inoltre, se proprio siamo in vena di Bauman, riguardo la realizzazione mi trovo d’accordo con questo passo tratto dal capitolo uno della modernità liquida:
“La realizzazione è sempre qualcosa di là da venire, e i successi perdono attrattiva e capacità di soddisfare nell’attimo stesso in cui vengono colti, se non prima. Essere moderni significa essere perpetuamente in testa rispetto a se stessi, in uno stato di costante trasgressione, significa anche avere un’identità che può esistere solo in quanto progetto irrealizzato.
La realizzazione stessa potrebbe essere uno specchietto per le allodole ma, ovviamente, tutto questo significa generalizzare molto. Parlo nei limiti della mia cognizione sociale e con un cuore ferito. Ma questo, come sempre, è un appello al mondo di fuori e un modo di mettere ordine nel mio.
Torna sui binari, a cosa stavi pensando prima?
Che cosa manca? Per sentirmi vero, per essere me?
Non lo so, senza scherzi, non lo so. Ho l’impressione però che ci sia da eliminare invece che d’aggiungere. Penso, ascoltando me stesso, che la mancanza che sentivo era la mancanza di un “no”. Accettare di non voler correre, rimanere qui, lento e discretamente povero (ma sempre piú ricco di forse tre quarti del pianeta). Fra i miei libri, i miei pensieri, i miei crackers e i miei caffè. Sono molto più privilegiato di quanto mi piaccia ammettere. L’unica preghiera è che le onde di questa società liquefatta mi portino sempre fra le braccia di chi amo. Saprò navigarle, saprò raggiungervi ed essere raggiunto. Serve meno di quanto pensiamo ma bisogna accettare dei no e, di conseguenza, coltivare la serenità. Secondo me che so ben poco, a voi le vostre meditazioni.
Coltivate la serenità, non cenate mai coi crackers.