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Morire in panificio

«Mi dia questa qui e basta così, grazie.»

«Da portar via?»

«Sì, grazie.»

«Maurizio! Il bancone è vuoto come la mia anima!» Disse la commessa verso un collega rintanato in cucina.

Accennai un sorriso d’intesa. 

«Sono tre euro.»

«Con carta, grazie.»

La commessa si mise a digitare l’importo sul tastierino del Pos, io sbiancai. Un colpo, preciso, secco, a sinistra sotto la costola. L’avversario mi ha trovato.

Salii a casa, sciacquai la faccia. Un bel baffo, un nuovo punticcio. Era necessaria una doccia ghiacciata, c’erano 37 gradi. Doccia, capelli, punticcio, baffo, un bel baffo e poi?

 

A che stavi pensando?

 

Maurizio, il bancone è vuoto ma la tua collega ha l’anima vuota, a cosa darai priorità? Stava scherzando? Stava sicuramente ridendo, sorridevo anch’io. Ma certe battute nascono così per caso? Quanto le pesa la sua vita? Si sentiva sul serio svuotata, era una battuta per decomprimere uno stress? Le stressava l’idea di dover allestire il banco e cercava in Maurizio una delega? Quante volte ha allestito il banco? Quante volte ha pensato di licenziarsi ma non ne ha avuto coraggio? O si parla di mancanza di scelta?

 

Vuoi fare un passo indietro? 

 

Uno, due. I pollici morsicati, la nocca scorticata. Tre, quattro, sono le testate contro il muro. Giuravo di odiare la mia vita, mi sentivo intrappolato. E poi l’aria, l’aria, l’aria. Non ce n’era abbastanza. Rannicchiato sul pavimento pisciato riallestivo il mio bancone personale, come Maurizio. La mia vita, le mie scelte. Dove sono? Aria, aria, aria. Rialzati dal piscio, acqua in faccia, esci fuori e sorridi. Giramento di testa, mi accasciai sullo scaldapatate.

«Tutto bene Da’?» Mi chiese il direttore.

«Calo di pressione», risposi.

«Esci un po’ fuori, dai.»

«Sì.»

Sigaretta, aria, sigaretta, aria. Il gabbiotto? Chiuditi dentro, aria, respira, aria. Sigaretta? Aria? Chiudi la porta del gabbiotto. Piangi. Non c’è luce, piangi. L’avversario ha vinto, solo per oggi.

Caffè? 

Cosa rimane? Ora lo chiedo al mondo: dopo 8 ore a servire focacce, lavare cessi, impilare pacchi, cucinare piatti, caricare sacchi, guidare muletti, zappare la terra, chiamare sconosciuti per vendere cose che non ti interessano. Dopo 8 ore di questo e 8 ore di sonno? Dopo le faccende di casa, dopo aver chiamato tua madre, tua zia, il tuo migliore amico. Dopo aver fatto la doccia, cucinato, guidato, cosa rimane? Quanto rimane? Impiegati di tutto il mondo, a voi cosa rimane? C’è tempo per sentire di esistere o è tutto ridotto ad un compito o ad una necessità primaria? È abbastanza il tempo che rimane? È distribuito in modo funzionale alla propria persona? Sono domande tremendamente soggettive, ma io vi vedo. Vedo le vostre facce, vedo e sento i lamenti. Io vedo soffrire, o forse vedo me stesso rispecchiato in voi a seconda di un mio disturbo mentale. Forse vedo solo il negativo e ci rimango incastrato. Spero per il mondo che sia così, altrimenti c’è una crisi umanitaria in corso. Cosa ne pensate? A me pareva di essere morto. La signora ha l’anima svuotata, Maurizio non ci può fare un bel niente. La signora sarà morta nel suo panificio centinaia di volte. L’avversario era lì a guardarla. E io e Maurizio che ci possiamo fare? Apriamo un business?